AGRITURISMO
APPARTAMENTI
VACANZA


Località Cian de Cà,18033 - Camporosso (IM)
Cell. +39-333-9999683
E-mail : lacasarosa.agriturismo@gmail.com

La Casa Rosa è una palazzina in pietra costruita nell'anno 1923, situata in pineta e circondata da bosco e campagne.

Ci sono, all'interno 3 appartamenti, tutti forniti di cucina o angolo cottura e terrazzo, spazio esterno o veranda, attrezzati per poter mangiare fuori.Appartamento girasole5/6 posti letto,appartamento musica 2 posti letto ed appartamento mare 4 posti letto.

Il nostro agriturismo è famoso per il relax, ma soprattutto per l'incredibile fresco che si riesce ad avere in piena estate, quando si rientra dalla spiaggia, che dista soli 3 km.

Non facciamo servizio di ristorazione.

Inoltre, per gli amanti del relax, abbiamo adibito un'area nel nostro giardino, attrezzata con Gazebo e zanzariere, dove poter offrire massaggi antistress, sportivi, drenanti o decontratturanti, riflessologia, Ayurveda o pietre calde, offrendo la nostra esperienza da ormai 15 anni.

La natura che circonda il nostro agriturismo ci offre ogni sera uno spettacolo meraviglioso, con il passaggio dei cinghiali o la visita di pennuti e volatili particolari.

Vicino al nostro Agriturismo c'è un meraviglioso Ranch, dove è possibile fare qualche lezione di equitazione oppure organizzare delle meravigliose passeggiate a cavallo, il tutto con una particolare agevolazione per i nostri ospiti.

La posizione geografica della Casa Rosa è davvero strategica: siamo a 2 km dal paese di Dolceacqua (paese medioevale) con mercatini biologici dove trovare prodotti tipici; a 7 km dal confine Francese dove poter visitare Mentone, Cap Martin e Monte Carlo e 20 km da Sanremo, la città dei fiori.

Di fronte al nostro Agriturismo vi è la nuova pista ciclabile che porta al paese di Dolceacqua o direttamente alla spiaggia di Camporosso Mare!


Immersi nella tranquillità della campagna, vi regalerete una vera vacanza in completo relax...



venerdì 22 maggio 2009

Tandem che passione!

Passeggiate in bicicletta per scoprire le bellezze dell'entroterra ligure, con itinerari alla portata di tutti e ricchi di emozioni...per immergervi nella natura di una terra speciale, in cui il mare si fonde con la montagna donandole un clima mite tutto l'anno ed un paesaggio mozzafiato... Pedalerete attraverso antichi sentieri liguri e borghi medioevali, fotograferete scorci singolari, vi tufferete tra profumi e colori, tra storia e cultura... 


Un' occasione unica per rilassare la mente e curare il fisico...

Itinerari consigliati.

La Valle delle Meraviglie...


La valle delle Meraviglie è un vasto circolo di origine glaciale disseminato di laghi, autentico regno minerale, un paesaggio grandioso. Le popolazioni agropastorali che si recavano in pellegrinaggio in questa valle durante l’età del Rame e del Bronzo hanno lasciato su 3 600 rocce circa 40 000 incisioni.
Segni di venerazione ed omaggio al dio toro, esse fanno di questo sito eccezionale uno dei più vasti monumenti storici francesi.




giovedì 1 gennaio 2009

Leopoldo - Capitolo 1

L'INCONTRO
Era un prato sterminato, una grande distesa verde costellata di puntini bianchi e gialli. Erano bellissimi fiorellini che si pavoneggiavano nell'erba.
 Il sole si era appena levato ed appariva come una palla rossastra all'orizzonte.
Laggiù, in fondo Leopoldo vide una sagoma familiare che ben poteva essere un asino, anzi un'asina.
- che sia la mia mamma? - si chiese colmo di speranza.
 Era passato tanto tempo da quando l'aveva vista l'ultima volta; certamente più di venti ore.
Aveva trascorso la notte in una vecchia casupola, mezzodiroccata, che aveva trovato nelle campagne alla ricerca della sua mamma. Non aveva chiuso occhio al pensiero di non trovarla più.
Quella sagoma, che si stagliava contro la luce abbagliante del sole, gli accendeva ora la speranza.
Vide che brucava l'erba perchè il suo lungo collo era curvo verso terra e di tanto in tanto alzava la testa come per guardarsi intorno.
 - mi sta cercando? - si chiese Leopoldo.
Cominciò a trotterellare verso quell'ombra ma più si avvicinava più lo assaliva l'angoscia: era troppo grande per essere un'asina. La sua mamma, lo ricordava bene, era grande, sì, molto più di lui, ma quell'ombra - ancora lontana - gli sembrò gigantesca.
-sarà forse un elefante scappato da un circo, oppure un drago!
Continuò a correre al trotto, ansimando dalla stanchezza; quel prato era troppo grande per le sue piccole gambe, non ne aveva mai visto uno grande così. Non aveva neppure fame altrimenti quell'erba tenera sarebbe stata deliziosa.
Si accorse presto che non era lei.
Il sole era già più di un metro sopra l'orizzonte ed illuminava bene tutto intorno.
Ecco cos'era! Un enorme cavallo bianco che pascolava tranquillo senza curarsi di ciò che accadeva vicino. Non sembrò neppure che si fosse accorto di lui.
Sua madre, invece era alta la metà ed il suo mantello era grigio, con una macchia scura, quasi nera, sulle ginocchia. Più o meno aveva dieci anni, così gli disse un giorno che gli parlò di sè e del suo babbo.
Il cavallo non si mosse d'un palmo e continuò a mangiare l'erba, che strappava delicatamente con le labbra.
Leopoldo si avvicinò, impaurito dalla sua mole ma nello stesso tempo incantato da quel suo modo di fare impassibile. Lo guardò bene, allora: era grande più di lui almeno venti volte, aveva un bel mantello bianco dal pelo lungo e soffice ed una coda tanto lunga da strisciare sull'erba.
La sua testa era enorme e gli apparve ancor più grande quando la sollevò, finalmente, per guardarlo.
Aveva sulla fronte un circoletto nero dal quale partivano alcune striature scure in tutte le direzioni. Sembrava, quel disegno, un piccolo sole stampato in fronte.
Lo guardò incuriosito e sollevò il grosso labbro superiore rivoltandolo verso le enormi narici e mostrando una fila di denti bianchissimi. Gli sembrò che ridesse.
-chi sei, piccolo? - Gli disse con un vocione tra il bonario ed il severo.
- mi chiamo Leopoldo - gli rispose - e sto cercando la mia mamma.
- io sono Antenore - disse bruscamente il cavallo - e non cerco nessuno!
Antenore lo guardò negli occhi ma il suo sguardo non gli sembrò poi così torvo, anzi mostrava una certa benevolenza che non corrispondeva al tono severo della voce.
Non gli sembrarono proporzionate neppure le orecchie, che erano piccole e dritte.
Leopoldo ricordava le sue, che un giorno aveva visto specchiandosi in una pozza d'acqua sulla quale si era affacciato per bere. Erano enormi, in confronto a quelle di Antenore, e dovevano anche essere pesanti perchè alle volte le sentiva ricadere indietro. Anche il suo mantello, come quello della sua mamma, era grigio, ma più chiaro, e non aveva le macchie sulle ginocchia.
- perchè sei solo e cerchi la tua mamma? - gli disse Antenore.
- perchè l'ho persa - rispose Leopoldo. E raccontò la sua storia.
.... Eravamo andati a scorazzare, ieri, mi pare, o forse avantieri, sul prato che costeggia il fiume; di tanto in tanto, per riposarci, ci fermavamo e brucavamo l'erba.
Era piovuto, durante la notte, e l'erba era fresca e saporita. Sembrava più morbida del solito e profumava di menta.
La mia mamma non mi perdeva d'occhio un istante ricordandosi di quel che era successo una volta quando al mercato si era fermata al banco dei legumi per fare provvista di fave; mi ero perso, giocherellando intorno, e solo dopo un bel pò di tempo ci eravamo ritrovati, per caso. Pra perciò si era fatta molto attenta e mai più mi avrebbe lasciato da solo.
... Eppure accadde, nel momento in cui udimmo un grido che veniva da quella capanna, di arbusti e foglie, che i cacciatori avevano costruito in fondo al viottolo: la mamma corse verso la capanna e la vidi scomparire attraverso l'angusta porta che appena appena le consentiva di entrare.
Trascorse molto tempo, la mia mamma non tornava ed io cominciai ad annoiarmi. Non mi piacque più neppure l'erba, che mi smbrò amara, e l'umido che veniva dal suolo mi diede fastidio ai piedi.
- e se faccio un salto al fiume? - mi dissi.
Pensarci e farlo fu tutt'uno.

Leopoldo - capitolo 2 -

AL FIUME

La strada per il fiume fu breve. Bastarono quattro salti per ritrovarmi a ridosso di un muretto di pietre, grosse e squadrate, che serviva sicuramente per evitare che il fiume in piena traboccasse.
La poca pioggia del giorno prima non aveva fatto alzare il livello dell'acqua, che scorreva limpida, con un fruscio appena percettibile, ma che suonava piacevole alle orecchie.
Ricordai, improvvisamente, quello che era successo il giorno di Ognissanti, quando una bufera si era abbattuta sulla zona, inondando orti e frutteti; i contadini erano disperati. Uscivano dalla Chiesa, dove erano andati a sentire la Messa e accorrevano qua e là per vedere cosa si era salvato e si consolavano l'uno con l'altro.
Ora tutto era tranquillo ed il fiume sembrava diverso. L'acqua marrone e schiumosa della piena aveva lasciato il posto ad un ondeggiante chioma trasparente, nella quale si riuscivano a vedere, anche dall'alto, le pietre bianche e lisce che giacevano sul fondo.
Dal muro di pietre all'acqua, altre pietre disordinate, creavano una leggera discesa e camminando su di esse si poteva facilmente raggiungere il fiume.
Avevo visto, altre volte, quando la mamma mi conduceva a brucare l'erba su quel prato, che i pescatori si accovacciavano, per ore e d ore, su quelle pietre scomode in attesa che qualche pesce abboccasse all'amo.
La mamma mi avrebbe visto sicuramente se io, nell'attesa, mi fossi avvicinato all'acqua per berne un sorso e nello stesso tempo per assaporare quella pace e quel dolce fruscio. Altre volte ci eravamo affacciati allo stesso muro sulla stessa sponda e avrebbe immaginato che ero lì.
Certo non potevo prevedere quel che sarebbe accaduto da lì a poco, altrimenti mi sarei ben guardato dal commettere quell'imprudenza.
Antenore lo interruppe. Si leggeva nei suoi occhi l'apprensione ma nello stesso tempo la sua fronte aggrottata, chè il piccolo sole quasi era scomparso, mostrava quanto desiderio di sgridarlo covasse.
- nessuno ti aveva mai detto che i fiumi sono belli ma pericolosi? -
- l'acqua era chiara, morbida, sembrava che mi chiamasse, ed io non resistetti . : Replicò.
- continua -, aggiunse Antenore e ricominciò a brucare l'erba come se quella apparente tranquillità cercasse di allontanare i pericoli che quell'acqua cheta nascondeva.
...Saltando da una pietra all'altra, riprese Leopoldo a raccontare -, non ci volle molto a ritrovarmi con i piedi in acqua. Ma non più in direzione del punto da dove ero partito; alcune decine di metri più a valle giacchè discendevo di traverso per non cadere di colpo nel fiume.
Avevo dimenticato tutto: che avevamo sentito un grido venire dalla capanna, che il fiume era stato altre volte in piena, che i sassi erano scivolosi, che il sole era scomparso da tempo dietro la collina e che cominciava a farsi buio.
Giocherellavo con l'acqua e mi divertiva vedere l'arco di gocce che si formava quando battevo lo zoccolo in una piccola pozza stagnante.
Quando mi accorsi che il buio era arrivato fu troppo tardi. Mille cose fatte e subito cancellate. Il sapore fresco dell'acqua, i saltelli tra le pietre, il dondolio delle mie lunghe orecchie riflesso nel morbido specchio, il guizzo di una trota incuriosita di vedere un asino nel fiume.
Pensai alla mia mamma. Perchè non era tornata?
Qualcosa di strano doveva essere accaduto perchè non mi avrebbe mai lasciato a giocare in riva al fiume, da solo, sino a tarda sera.
Saltai su di una pietra e poi su di un'altra, cercando di allontanarmi dall'acqua. Ma mi resi subito conto che non mi avvicinavo al muro del prato; correvo verso valle, passando da una pietra all'altra, incespicando sulle punte aguzze di alcune di esse che sembravano volermi afferrare.
Le pietre al mio fianco, verso il muro, diventarono ad un tratto a strapiombo. L'umido della sera, poi, le aveva rese viscide e le mie zampe non riuscivano ad afferrarle.
Annaspai, ricominciai a sbalzare da un sasso all'altro, ma il buio già mi faceva palpitare perchè ogni pietra dalla forma strana pareva volesse appiccicarmi al suolo.
- la mia mamma mi troverà sicuramente, - pensai -, correrà lungo la sponda del fiume fino a vedermi. Mi lancerà una corda ed io mi arrampicherò, finalmente, fino a raggiungere il muro.
Ma la corda? Dove potrà trovare una corda, di sera, in un prato lontano dalle case? Le mie speranze si alternavano alle costernazioni. Ogni mamma, mi dicevo per tranquillizzarmi, sa dov'è il suo bambino ed ogni mamma è capace di salvarlo.
Svenni. Così mi sembrò che fossero andate le cose al mio risveglio, quando mi trovai adagiato du si un fianco, al di là del muro, al sicuro accanto ad un mucchio di fieno profumato e appetitoso, di fronte ad una casupola semidiroccata. Non so, e forse mai saprò, come io giunsi lì, forse con l'aiuto di un angelo o di una gru.
Il buio non mi fece più paura, avevo superato la montagna di pietre che mi separava dalla slvezza e non me ne importava più di nulla, neppure della mia mamma che si era dimenticata di me.
Mangiai e mangiai. Quel fieno era il migliore che avessi mai assaggiato in vita mia.
Neppure le fave che la mia mamma comprava al mercato avevano un sapore così delizioso e quel profumo che mai più avrei dimenticato.
Mi addormentai, nella casupola, infreddolito ma con il dolce pensiero che ogni cosa si sarebbe risolta con la luce del giorno.

Leopoldo - capitolo 3

IL RISVEGLIO


- Leopoldo, piccolo mio ! - Disse affettuosamente Antenore, sollevando il capo e guardandolo fisso negli occhi. Sto pensando che io non ho mai visto un fiume, in questa campagna. Devi aver camminato molto prima di giungere qui!
E Leopoldo riprese a raccontare mentre Antenore, come se volesse ascoltarlo meglio, si accovacciò vicino a lui. In piedi, vicino al cavallo bianco, Leopoldo non gli arrivava neppure alla spalla, tanto quello era grande!
... Il risveglio non fu dolce; avevo avuto freddo, durante la notte, ed avevo rimpianto il calore che mi dava la mia mamma con il suo morbido mantello quando la sera mi accucciavo nel suo grembo.
Mi resi conto che avevo trascorso la mia prima notte da solo e che avevo perso la mia mamma. Non era più il ricordo delle peripezie del giorno prima, lungo il greto del fiume, che mi affliggeva ma il pensiero che avrei dovuto mettermi alla ricerca della mia mamma senza sapere da dove cominciare.
Con la luce del giorno, ora, potevo vedere bene che ciò che mi circindava era completamente diverso dal verde prato in cui, con la mia mamma, saltellavo il giorno prima.
Dietro alla casupola diroccata, in cui avevo dormito, si stagliava una grossa montagna e sulla sua cima si vedevano bene i pini, dritti come i fili del mio spazzolino.
- come può essere accaduto di risvegliarmi in un mondo nuovo? - mi chiesi. Non mi sembrava di aver percorso bel fiume, saltando tra le pietre, tanta strada e, poi, io paesaggio non era più lo stesso.
- qualcuno, un giorno me lo spiegherà - bofonchiai - adesso l'importante è che io ritrovi la mia mamma.
Quando cominciai a vagare per le campagne il sole era già alto; non avevo più freddo perchè i suoi caldi raggi penetravano nel mio mantello accarezzandomi la pelle.
Mi sentivo meglio e la certezza che presto avrei riabbraciato Lucrezia, la mia dolce mamma, mi risvegliò il buon umore e l'appetito. Il trifoglio c'èera ed io non ne lasciai un filo in un campo di cento miglia !
- già - disse Leopoldo ad Antenore - forse tu non sai che si chiama Lucrezia !
Antenore sorrise e parve che i suoi occhi luccicassero un pò. La storia di Leopoldo, si vedeva, lo commuoveva e ora si capiva che il suo animo era buono e che la sua grande statura era stata fatta solo per combattere i draghi e i prepotenti.
- sbrigati, figliuolo ! Dobbiamo fare presto qualcosa. Finisci il tuo racconto e andiamo ! 
... Camminai e camminai. Mi fermavo, ogni venti passi, e facevo un giro su me stesso per essere sicuro di aver guardato bene intorno e per dare sollievo alle mie stanche gambe.
Il sole era molto più alto quando d'un tratto vidi le pecore. Finalmente, da quando la mia mamma si era allontanata, vedevo un essere vivente. Erano tutte uguali come se fossero gemelle e non riuscivo a distinguerne tra loro una che potesse saperne di più.
- hai visto, per caso, un'asina grigia disperata? - chiesi ad una pecora che mi guardò mentre muoveva stancamente le mascelle ruminando l'erba.
- sei tu l'unico asino che vedo dallo scorso anno - mi rispose - questa è una landa desolata e non vi sono altro che pecore..
Ripresi il mio cammino, ripensando con nostalgia ai tempi passati, al giorno prima, quando niente esisteva per me oltre che la mia mamma, le fave, l'erba tenera ed il fiume.
Mi addormentai all'ombra di un carrubo, dopo averne assaggiato i frutti croccanti e profumati, ancora preso da quei pensieri, e sognai la mia mamma.
Aveva un cappellino di paglia sulla testa con due grossi buchi dai quali spuntavano le sue lunghe orecchie. Lo zio Oreste, suo fratello, che la prendeva sempre in giro, avrebbe detto che era buffa, ma a me sembrava una di quelle eleganti signore che vanno ai matrimoni per farsi ammirare. Era proprio bella e mi sorrideva, senza parlare.
Mi sembrò che non si fosse per nulla preoccupata della mia assenza, anzi che proprio gliene importasse un bel niente. E la cosa mi diede fastidio.
- mi hai lasciato solo - la sgridai - che quasi annegavo nel fiume e morivo di fame!
- ti sbagli, Leopoldo - mi disse -, la tua mamma non ti ha mai perso di vista un istante ed è sempre stata accanto a te. 
Avevo sognato tutto? le pietre e la trota, l'Angelo e la gru o stavo sognando in quel momento?
Mi accorsi presto che la realtà era diversa quando bruscamente mi risvegliai al fracasso di un tuono. Il cielo era coperto di nuvole grigie, minacciose e cominciava già a piovere.
Le saette tagliavano il cielo a metà e i lampi illuminavano tutt'intorno che ormai era nero dal buio, piombato di colpo.
Corsi sotto la pioggia per miglia e miglia, senza incontrare nessuno, e la mia speranza, in quel momento, era solo quella di trovare la mia mamma oppure un riparo, per trascorrere la notte al sicuro. Non vedevo più nulla e incespicavo ad ogni passo nelle radici degli alberi che mi si aggrovigliavano ai piedi; approfittavo dei lampi per fare qualche saltello in avanti.
Giunsi stremato in un vasto pinoro sotto una fitta pioggia e vidi, alla luce di un lampo, una piccola casa, semidiroccata, che si stagliava contro quel cielo nero.
Aveva ai fianchi due muri di mattoni, bassi e luccicanti. Quando entrai mi sembrò che quelle braccia mi aspettassero e si richiudessero dietro di me, in un abbraccio.
- e poi? - gli chiese Antenore che aveva seguito il suo racconto con il fiato sospeso.
- mi addormentai - rispose Leopoldo - e non sognai !

Leopoldo -capitolo 4

IL RAPIMENTO


Lucrezia entrò nella capanna e sentì richiudersi dietro di lei, di colpo, la porta.
Non vide nulla perchè soltanto una fessura illuminava debolmente l'interno ed i suoi occhi erano ancora abbagliati dal sole.
- è lei - sentì da una voce stridula che proveniva dal fondo.
- prendiamola, svelto ! - aggiunse l'altra che, invece, era così cupa e forte da far tremare la capanna.
Gli occhi di Lucrezia si erano intanto abituati lentamente al buoio e potè distinguere due ombre. Una le sembrò enorme; chi possedeva quell'ombra doveva essere alto almento due metri e si vedeva che la sua testa toccava il tetto di paglia, l'altra doveva, invece, essere di un nano perchè Lucrezia poteva guardarla, tutta, dall'alto in basso.
Erano due uomini, si capiva, perchè le due mobre erano ritte, in piedi, e le loro voci erano inconfondibilimente umane.
- cosa mai vorranno? - pensò Lucrezia - io non ho mai fatto niente di male e Leopoldo mi aspetta.
- porta il carro alla porta, Lonzo - disse il piccolo uomo all'altro - e andiamo in fretta.
Lonzo, questo era il nome di uno dei due, aprì la porticina ed uscì. Lucrezia vide che era un omone alto e robusto, con due lunghi baffi sottili che gli pendevano oltre il mento.
Aveva una giacca rossa con gli ornamenti color oro come se fossero taralli appiccicati da una parte all'altra del petto e calzava due stivali vecchi e graffiati nei quali si infilavano i pantaloni bianchi e sporchi. Sulla testa portava un berretto nero con la visiera, come quello dei marinai.
Lucrezia pensò che era un domatore, ma non riusciva a capire cosa potessero volere da lei che una sola volta, in vita sua, aveva avuto a che fare con il circo quando, ancora giovinetta, era andata con le sue amiche a vedere uno spettacolo.
Vide bene anche l'altro, con la luce che entrava dalla porta. Era piccolo, ma il suo volto era quello di un adulto e si vedeva che chiaramente era un nano.
Aveva grosse mani con le dita corte e le sue gambe erano minuscole e ad arco; aveva i capelli biondi, lunghi e ricciuti e, a vederlo da dietro, poteva sembrare un bambino con le gambe corte.
Aveva un vestito giallo e toppe e probabilmente era quello che indossava nel circo per fare il pagliaccio.
Si udì uno stridore di ferri ed apparve, davanti alla porta, un vecchio carro trainato da un mulo, vecchio pure lui e magro come un chiodo. Il carro era coperto da un telo che lo faceva sembrare un vagone del treno, di quelli che trasportano i pacchi o le bestie.
Non si vedeva cosa vi fosse dentro ma già da lontano si sentiva uno sgradevole odore di paglia ammuffita e di chiuso.
Lonzo discese dal suo posto di guida ed entrò nella capanna.
- sono pronto - disse all'altro, - carichiamola prima che arrivi qualcuno !
La spinsero fuori dalla porta e a Lucrezia non fu possibile resistere anche se cercò di puntare gli zoccoli contro le zolle che, ancora morbide dalla pioggia, si sfaldavano e schizzavano via.
Lucrezia non disse che lì intorno c'era anche Leopoldo e fu quasi felice di non vederlo. Era chiaro che si trattava di un rapimento e certamente avrebbero rapito anche lui, se lo avessero scorto.
- aiutami a sollevarla, Crocco - disse Lonzo al nano.
La caricarono sul carro, richiusero il telo, così che non si potesse vedere nulla da fuori e montarono a cassetta.
 Le deboli grida di Lucrezia, soffocate da quel telo e dalla paglia, si sentivano appena, ma il fracasso delle ruote sgangherate ed arruginite del carro le copriva.
Non v'era comunque anima viva nel giro di miglia e miglia e nessuno poteva perciò accorrerre in aiuto.
- Crocco sei sicuro che questa bestia sappia saltare? - disse l'omone al nano.
- certo, Lonzo - replicò l'altro - l'ho vista con i miei occhi.
Lucrezia, veramente, era un'asina eccezionale perchè sin da piccola si era abituata a saltare la staccionata, un pò per gioco ed un pò per scorazzare nella vallata di fronte alle stalle.
Non è che la tenessero prigioniera, gli uomini della sua fattoria, ma il farli impazzire a cercarla era la cosa che più la divertiva.
Fu così che con lo stupore di tutti si abituò a saltare ogni cosa in cui si imbatteva, dai trogoli dei maiali ia fusti del petrolio, dalle siepi di rosmarino alle cataste di legna via via più alte. Nessun'altra asina al mondo era capace di fare queste cose che erano riservate ai cavalli di razza, quelli che con il padrone in groppa saltano le pozze d'acqua e le travi colorate e ricevono gli applausi.
Crocco l'aveva vista, due o tre anni prima, passando accanto a quella fattoria, ed aveva sognato di poterla possedere, un giorno, per farla esibire nel suo circo.
Il circo, ormai, era ridotto ad un ammasso di cose vecchie e tutte le bestie, maltrattate da Lonzo il domatore, erano scappate dalla disperazione. Era rimasto un vecchio leone senza denti che in cambio di una sua apparizione senza gabbia, tanto era mansueto, si guadagnava tre pasti al giorno di brodo e carne macinata. Non aveva nessuna convenienza a scappare perchè bastava che i bambini lo guardassero per qualche minuto di spettacolo per togliersi ogni problema di vitto e alloggio.
Il rapimento di Lucrezia, perciò, sembrò ai due ceffi che fosse l'unico modo per risollevare le sorti del circo che, così, poteva offrire un numero mai visto prima: una bellissima asina che saltava gli ostacoli !
... E fu così che si misero subito all'opera.